il Centro, mercoledì 14
aprile 2004, pag. 19, Cultura e Spettacoli
di P. Au.
L’ultimo libro di Desmond Morris, «Linguaggio muto» (Di
Renzo, 91 pagine, 10 euro) è una sintesi, scritta con chiarezza e
semplicità, di tutta l’opera e le teorie del noto zoologo e
antropologo inglese, a cui s’intreccia il racconto della sua carriera.
Le prime righe del libro spiegano che «l’infanzia è costellata
da innumerevoli esperienze, molte delle quali, senza che ce ne rendiamo conto,
sono in grado di condizionare le nostre future scelte». Dalla definizione,
l’autore passa a narrare alcuni episodi chiave della sua «infanzia
pericolosa», che lo hanno indirizzato a studiare il comportamento umano,
a nutrire «un amore sconfinato per gli animali» e «un’avversione
per gli sport violenti e sanguinari». Prima lo studio degli animali,
in particolare quello delle scimmie osservate con penne e matite mentre disegnavano,
poi il modo di rapportarsi degli uomini con il precedente mondo, lo hanno
portato alla definizione dell’uomo come «scimmia nuda».
Dal mondo animale a quello umano, nel corso di una carriera ricca di viaggi
per conoscere popolazioni e culture diverse, Desmond Morris ha colto l’uomo
soffermandosi sullo studio dei suoi gesti più usuali, come «fare
la linguaccia» o «mettere la lingua tra i denti». L’esame
del genere umano non si ferma alla sua gestualità ma investe anche
il suo atteggiamento nei confronti dell’abbigliamento, della superstizione
e dello sport, in cui una partita di calcio viene definita come una «lotta
nell’arena». Conclude il libro una breve analisi su come sarà il
futuro, verso cui l’autore si sente ottimista «perché sono
convinto che la nostra creatività abbia ora pieno dominio e non venga
soffocata in alcun modo».