Personaggio
atipico, Desmond
Morris - zoologo, etnologo, ma anche
sociologo con un passato da pittore - ha avuto il merito,
già dagli
anni Sessanta, di sottoporre l’uomo alla spietata
lente della scienza, al pari di qualsiasi altro animale. È stato
lui a inventare il man-watching (versione umana del bird-watching),
ossia l’osservazione in ambiente naturale dei comportamenti
e delle attitudini umane. Sempre sua l’iniziativa
di portare il primo studio televisivo (della BBC) in
uno zoo (quello di Londra). Morris torna
sui temi a lui più cari, arricchendoli di
considerazioni autobiografiche, come le comiche disavventure
di un etnologo alle prime armi, che tenta di ammansire
serpenti velenosi o pipistrelli impazziti.
Ma più di tutto, ancora una volta, è l’animale-uomo
a farla da padrone: il significato dei gesti, del vestire,
del tifo calcistico inteso come uccisione rituale della
grande preda, della superstizione, dei contrasti tra
generazioni e della differenza tra i sessi, nonché la
progressiva perdita del contatto fisico in favore di
altre forme di comunicazione, sono gli aspetti vivisezionati
dalla lente dello zoologo.
Da scienziato, è stato capace di tracciare un’immagine
scevra da pregiudizi, e a tratti persino comica, dell’uomo:
questo primate pensante e in grado di comunicare tramite
forme evolute di linguaggio.
Morris è stato capace di rendere semplici e comprensibili quegli
aspetti straordinari del vivere quotidiano, che siamo abituati ad accettare
passivamente, senza chiedercene la ragione. Come quando decise, in barba alle
velleità artistiche dei più grandi pittori, di dimostrare che
anche una scimmia (di nome Congo) sapeva disegnare. Tale fu l’interesse
suscitato da questo accostamento tra l’arte e il mondo biologico che
Dalì e Picasso vollero esaminare l’opera del primate e Mirò si
disse disposto a barattare un suo disegno con quelli di Congo.